Teatro Monteverdi

Il 16 febbraio 1929 in via dello Zampino, l’unica della Spezia di cui si ignori del tutto l’origine del curioso nome, venne inaugurato il cinema teatro Monteverdi che divenne ben presto un locale di punta nella Spezia festaiola e un po’ tumultuosa di quegli anni posti a cavallo delle due guerre, vantando il titolo di teatro più grande della Liguria. Il Monteverdi ha vissuto una vita allegra e spensierata per quasi mezzo secolo (venne chiuso, infatti, nel marzo del 1978) dividendosi come era consuetudine per l’epoca, fra sala di proiezioni cinematografiche, teatro in cui si esibivano soprattutto le compagnie del Varietà (Arte Varia) e dell’avanspettacolo (tra cui Rascel, ma non lo disdegnavano le star come la grande Josephine Baker e Wanda Osiris) e arena per incontri di pugilato.

Qualunque fosse l’occasione, comunque, sempre si presentava elegante, signorile con le sue tappezzerie di rosso cardinalizio e gli eleganti palchetti che in tre ordini simmetrici accompagnavano la platea fino all’ampio palcoscenico: 24 metri di lunghezza per 14 di profondità. La struttura era poi completata da due spaziose gallerie ed un loggione che ne portavano la capienza a 3mila spettatori a sedere (anche se iperbolicamente veniva chiamato “il teatro dei cinquemila”). Ma nelle serate buone non si contavano davvero quelli che restavano in piedi a godersi con gli occhi Gary Cooper o Veronica Lake, mentre con la bocca questionavano con il vicino per andare a occupare un posto improvvisamente liberatosi. eppure la presenza dei venditori di sementine e lupini, gelati e bibite, che offrivano sguaiati la loro mercanzia, riusciva a stonare con il contesto che usciva fuori da quell’insolito miscuglio (vera e propria mes-ciüa) di lusso e plebeo, quasi un’anticipazione del nazional-popolare che come tendenza si sarebbe conosciuto ben più tardi. A fianco del Teatro la Trattoria toscana dove le compagnie di giro con le ballerine di fila talvolta lasciavano debiti da pagare perché il capocomico scappava con l’incasso.

L’aneddotica del Monteverdi, con la sua varia umanità fatta di tecnici che dormivano sul palcoscenico perché senza fissa dimora, di censori in prima fila che venivano a controllare il decoro, è ancora tutta da scrivere ed è legata alle memorie di Gino Patroni, di Fusco, e soprattutto di Carlo Monteverdi, mio padre, ultimo direttore del teatro, partigiano, tra i fondatori del partito liberale della Spezia.

l’ideatore
Il teatro era sorto in un’area dedicata allo spettacolo dal vivo. Lì nei pressi era sorto infatti, già nel 1912, il teatro Duca degli Abruzzi, chiamatosi poi Olimpia e Smeraldo. Nell’area sorse nel ’23 una prima struttura: è l’Arena Principe Umberto su cui Luigi Monteverdi progetta poi l’impianto che da lui prende il nome e di cui affida la realizzazione all’ingegner Zanazzo che realizza un teatro grandioso. Oltre al fronte della struttura già vasto di per sé, l’edificio, oltre a estendersi in altezza, si prolunga longitudinalmente per molte decine di metri lungo una via Migliari e connota di sé tutta l’area tanto che dal Monteverdi trae il nome anche una via lì nei pressi che si chiama appunto del Teatro. La storia della costruzione del Monteverdi è tutt’uno con la famiglia che la costruì: Luigi, ritornato da Montevideo in Uruguay dove aveva fatto fortuna con i gauchos guidando carovane, volle regalare un teatro alla città. Sorteggiò come era consuetudine dell’epoca un lotto di epoca napoleonica e costruì la maggior parte delle case e strade annesse in Via Migliari e Via dello Zampino; in alcuni portali ancora è rimasto lo stemma di famiglia formato da tre piccoli monticelli.

L’aspetto esterno
Il fronte dell’edificio, dove è collocato ovviamente l’ingresso, è decorato con dei bassorilievo che raffigurano le Muse, con maschere del teatro classico e con una fuga di putti, motivo quest’ultimo ricorrente nella scultura dell’epoca. Si pensi, infatti, agli ornamenti simili che decorano l’ex Cinema Cozzani e la facciata della Chiesa Battista di via Milano: entrambe opere dell’architetto Oliva, il più grande progettista dell’epoca, che forse ispirarono lo scultore spezzino Ernesto Carmassi cui si devono quelle opere. Allo stesso artista si devono anche i mascheroni e i rilievi che all’interno guarnivano il boccascena.

L’inaugurazione
L’11 febbraio del 1929 (data famosa per ben altro motivo, la firma dei Patti Lateranensi, il primo Concordato), si proiettò il primo film che era una pellicola russa. Si intitolava “La grande tormenta” e poiché effettivamente alla Spezia quell’anno nevicò, Gino Patroni scrisse su questa coincidenza, alcune delle sue esilaranti battute. Quella fu l’inaugurazione ufficiale, ma il complesso era stato benedetto tre giorni prima dal parroco di piazza Brin. Il teatro era imponente con un vasto impianto in legno posto a 24 mt. d’altezza che permetteva qualsiasi marchingegno teatrale. Gli ingressi di via dello Zampino immettevano in un atrio elegante e vasto che strutture murarie dividevano in settori, ordinando ed indirizzando il flusso degli spettatori: biglietteria, bar, fumoir, luoghi di incontro. Era, infatti, piacevole anche stare a chiacchierare in quel vestibolo elegante che fini ornamenti rendevano prezioso e gradevole.

Rivista e pugilato
Il Monteverdi rappresentava una tappa obbligata per le tante compagnie di avanspettacolo che giravano il Paese: qua vennero le troupes di Nuto Navarrini, Erminio Macario e di Achille Maresca che fu impresario di Totò; qua cantarono Giacomo Rondinella, Aurelio Fierro, il Duo Fasano, Carla Boni e Gino Latilla, grandi nomi della hit parade della canzone italiana del dopoguerra.. Ma fu ben presente anche l,o spettacolo “serio”. Rimase a lungo famosa una rappresentazione dell’Aida con animali in scena e una massa di comparse. Episodio che fu possibile grazie alla presenza di circensi in città e alla possibilità di far entrare dal retro direttamente sul palco, i poderosi pachidermi. Inoltre, al Monteverdi si tenne più d’una riunione pugilistica, di cui l’incontro combattuto dal nostro Bruno Visentin contro Dionne per il titolo europeo resta certamente l’incontro maggiormente prestigioso.

Cinema
Ci fu poi, come logico ed inevitabile, tanto cinema, anche se dalla prima visione iniziale si scivolò ben presto nella riproposizione di pellicole già viste e straviste. Il Monteverdi svolgeva una funzione sociale accontento, in tempi che non conoscevano ancora la televisione, le esigenze di divertimento delle famiglie meno abbienti. Il teatro, anzi, fu una specie di multi sala ante litteram proponendo due pellicole al prezzo di una: vecchie, vecchissime, consumate dall’usura esercitata su di esse da chissà quanti proiettori, degrado per anni di onesto lavoro che si manifestava nei buchi durante la riproduzione, nei rammendi operati dalle mani di innumeri protezionisti Nonostante tutto questo, era anche l’occasione per vedere films di cui i fans della Decima Musa avrebbero altrimenti solo sentito parlare, e che invece se li godevano nell’incanto fascinoso della sala buia.

Sala TV
Con la venuta della TV, il Monteverdi si dovette adeguare ai tempi e per richiamare spettatori altrimenti distratti da Mike Buongiorno e dalla Edy Campagnoli, il giovedì sera di quegli anni Cinquanta il film diventava Lascia e Raddoppia e le famiglie accoppiavano al film il nuovo mito che andava pian piano scalzando il teatro dal suo posto nobile.

La chiusura
Così pian piano gli spettatori si diradarono e il teatro Monteverdi chiuse i battenti il 19 marzo del 1978: un San Giuseppe davvero triste quello in cui la magia del lenzuolo illuminato o dell’occhio di bue venne dispersa come lacrime nella pioggia, per dirla alla Blade Runner. Gli incassi sempre più magri ne rendevano di fatto impossibile la gestione e fu giocoforza chiudere la struttura che rimase per oltre un ventennio sprangata, regno (immagino) di topi e parassiti fino a che non venne abbattuta per ricavarne lungo la via Migliari dei box per parcheggiarvi le macchine. Nella fase finale della propria storia, l’ultimo grande tutto esaurito restò lo show di Renato Zero, che in quel periodo portava in giro per l’Italia Zerofobia, il suo terzo tour, quello che lo rese famoso. Si esibì l’8 novembre 1977 al Monteverdi e non mancarono i coretti di chi insisteva tra il pubblico sulle sue ipotizzate preferenze sessuali: Renato allora fra una canzone e l’altra disse più o meno così: sapevo che la Spezia e’ una piazza difficile ma fatemi fare il mio lavoro col rispetto che io vi porto, o qualcosa di simile. E gli applausi superarono le battute.

Fonte: WikiSpedia

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